Dante Alighieri

"... Si come rota   ch'igualmente è mossa, l'amor che move il sole e l'altre stelle."

 

 di  Nicolò Schepis

 

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"Caro Nicola, la lettura del tuo testo è stato un viaggio emozionante e fantastico. Per la delicatezza con cui tratti l'argomento, ma anche per la profondità e lo spessore della tua analisi testuale e poetica. Mai retorico, mai enfatico, quasi in punta di piedi, pervaso come sei da luce sì purissima ma soffusa, tenue. Mi hai incantato come fa un incantatore di serpenti; pifferaio magico che raduna, lenisce, consola.

E pensavo, sai, ad una nuova stagione di cantastorie, questa sì che sarebbe urgente e salvifica. Piazza per piazza, quartiere per quartiere, portandosi addosso  questo messaggio quasi come si indossasse un puillover caldo di lana. L'amore, appunto, quello che muove ogni cosa o che non smette di agitarci con le sue bufere infernali, ma benedette. L'amore, sai, quello che si confonde col sangue delle vene, o con i sogni di inguaribili visionari".

Con vero affetto. 

                                                                                                   Franco Aricò.  

 

 

    

 Il canto XXXIII del paradiso inizia con la  più bella, la più sublime  preghiera dedicata alla madonna che sia mai stata  scritta al mondo. La più singolare, la più sognante, la più divina, si struttura su  opposizioni linguistiche molto intense. Dal contrasto semantico sgorga il sapere e la  magnificenza come l'acqua dalla fonte.

Vergine e madre;

umile e alta;

termine fisso etterno consiglio  ( finito infinito);

fattore e fattura:  madre e figlia di Dio.

 

"Vergine Madre, figlia del tuo figlio,

umile e alta più che creatura,

termine fisso d’etterno consiglio,

tu se’ colei che l’umana natura

nobilitasti sì, che ’l suo fattore

non disdegnò di farsi sua fattura.

Nel ventre tuo si raccese l’amore,

per lo cui caldo ne l’etterna pace

così è germinato questo fiore.

Qui se’ a noi meridïana face

di caritate, e giuso, intra ’ mortali,

se’ di speranza fontana vivace.

Donna, se’ tanto grande e tanto vali,

che qual vuol grazia e a te non ricorre,

sua disïanza vuol volar sanz’ali.

La tua benignità non pur soccorre

a chi domanda, ma molte fïate

liberamente al dimandar precorre.

In te misericordia, in te pietate,

in te magnificenza, in te s’aduna

quantunque in creatura è di bontate.

Or questi, che da l’infima lacuna
de l’universo infin qui ha vedute

 le vite spiritali ad una ad una,
supplica a te, per grazia, di virtute
tanto, che possa con li occhi levarsi

 più alto verso l’ultima salute."

 

 

 

 

 

 

Il canto XXXIII del paradiso ci porta nell'empireo, è quasi impossibile poterlo collocare nella parola. Il canto inizia con  la preghiera più sublime rivolta alla madonna da parte di San Bernardo che intercede per Dante affinché questi possa vedere  Dio. E'  talmente bella questa preghiera  che mi commuove ogni qual volta la leggo;  la trovo  sapiente, maestosa, possente, umile, dolce, è il più bel canto  che si possa sentire, che si possa recitare, non ho mai udito in una chiesa una preghiera  di sì  tale  bellezza. Ma per dirla e proferirla con il cuore occorre trasumanare verso l'alto ( anche se l'alto non esiste è una immagine illusoria dovuta alla gravità),  pregare con Dante. Io credo che la preghiera unisca gli uomini.  Già nel primo canto del paradiso Dante vede Beatrice fissare il sole, un tempo si credeva che le aquile potessero guardare lungamente il sole. Allora, Dante proferisce  che mentre  nessuna aquila, nonostante la sua resistenza alla luce poteva guardare un  sole così potente senza essere abbagliata, egli, al contrario, riusciva a fissarlo, ormai purificato ed immerso nell'armonia delle anime beatificate. Si accorge che alla luce del giorno se ne aggiunge un'altra, come se Dio abbia messo un altro sole nel firmamento. La preghiera è questa luce così grande che tutto pervade.   

 “Vergine Madre, figlia del tuo figlio
umile e alta più che creatura.”

 
Dante per bocca di San Bernardo considera la madonna come vergine e madre allo stesso tempo ,  come figlia del suo figlio,  in quanto figlia di Dio e madre di Dio, la considera ambivalente e cioè umile, anzi, la più dimessa e misera, ma  alta, regale, la  più eminente, la più nobile creatura.  Come potete notare il sommo poeta costruisce una semantica di opposizioni dove realizza la bellezza attraverso lo scontro dei significati.

“Termine fisso d’etterno consiglio,”

 Maria si soggettivizza come  "termine fisso", come  punto che si salda nell’infinito temporale, come se l'eterno fissando un punto della sua mobile essenza  metta un  sigillo alla storia; ecco il  sostantivo assoluto della decisione divina

    “Tu se’ colei che l’umana natura
nobilitasti sì, che ’l suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.”

 

Occorre porre l’accento su due  termini:  fattore e fattura. Il primo è la causa, l’origine,  il secondo è  il suo opposto,  l’effetto dell’azione, l’opera  al servizio della volontà divina.

Tu Maria sei colei che nobilita la natura, sei tu stessa origine e causa ( madre di Dio)  e nello stesso tempo la sua fattura, la sua opera – sì, che ’l suo fattore/ non disdegnò di farsi sua fattura”.
 

Nei versi che seguono il poeta fiorentino evoca  la preghiera più alta che un santo possa rivolgere alla Madonna.

“Nel ventre tuo si raccese l’amore,
per lo cui caldo ne l’etterna pace
così è germinato questo fiore”.

Egli pone l'accento sul corpo di Maria,   precisamente, sulla parte più intima: il suo ventre, il ventre di una donna è l'alcova della vita. Nel grembo materno della madonna si accese l'amore. E' meravigliosa la metafora dell'accendere: L'amore si incendia come una fiamma,  poi quel fuoco riscalda l'intorno. Il caldo  è la metafora di questa fiaccola sacra che dal ventre di Maria accende, anzi accese l'amore - "l'amor che move il sole e l'altre stelle"- ed ora  avvolge nell'armonia senza tempo e  fascia il fiore della vita. Il fiore è in consonanza musicale con l'amore,  si può notare l'assonanza fonica tra fiore ed amore.  Cosi nel ventre suo  si accese quell'amore tra il divino e l'umano, per cui nella pace eterna di quel calore è sbocciato non un fiore, ma  il fiore, "la candida rosa".

  “Qui se’ a noi meridïana face
di caritate e giuso, intra ’ mortali,
se’ di speranza fontana vivace.”


La meridiana è un orologio solare  è un'asta che essendo colpita dalla luce del sole  mostra la sua ombra sulla parete, un'ombra che si sposta nel tempo e segna lo scorrere delle ore.  

L'avverbio di luogo "Qui" sta per paradiso; in paradiso, tu Maria sei la meridiana, quella luce che segna il tempo, sei la carità,  la fiamma d'amore, la compassione, giù tra i mortali  sei la fontana della speranza. La speranza è come una fonte, come l'acqua che scorre e disseta.  

 

"Donna, sé tanto grande e tanto vali" …

Quanto vali, quanto sei grande Maria …

 

"In te misericordia, in te pietade, magnificenza, in te s’aduna,

quantunque  in creatura e di bontade,"

E’ meravigliosa la ripetizione di in te, la sua interazione movimenta il ritmo, che con il moto tensivo contraddistingue le grandi virtù di questa grande  donna, non ha importanza alcuna se sia o non sia esistita nel passato del nostro pianeta, in ogni modo vive e vivrà sempre nel mito della nostra storia. 

 

San Bernardo per bocca di Dante pronuncia:

"Or questi, che da l’infima lacuna
de l’universo infin qui ha vedute

 le vite spiritali ad una ad una,
supplica a te, per grazia, di virtute
tanto, che possa con li occhi levarsi


 più alto verso l’ultima salute."

 

 
Dante che dalla parte più oscura del mondo (l'inferno: l'infida lacuna de l'universo ) fino  al   paradiso  ha attraversato nel suo cammino ultraterreno "le vite spiritali" (anime) "ad una ad una", ora -  "supplica a te"  -  invoca la  Madonna attraverso Bernardo, affinché  per sua grazia gli conceda la virtù che possa egli levarsi con gli occhi nel punto più eminente (Dio), verso la salvezza più alta ed ultima.

Ho voluto solo farvi cogliere la bellezza di  parte di questa preghiera che in una società mediatica ha perduto la sua voce.  

 

 

 

L'esistenza è una pagina che si apre a tutte le infinite pagine " ...così al vento nelle foglie levi / si perdea la sentenza della Sibilla" -  Dante XXXIII del paradiso.   

Noi abbiamo una percezione limitata  agli eventi osservabili,  esistono delle esperienze che sono intraducibili nel nostro linguaggio.  

Riferendomi al verso di  Dante dico che  quando la gente entrava nella spelonca della Sibilla Cumana  per conoscere il futuro, il vento si portava via le foglie scritte da lei ed ogni cosa  si perdeva. Tutte le possibilità esistono in un sistema logico aperto, ma noi siamo confinati dentro un guscio di eventi ristretti, il resto ci sfiora ma è molto lontano. Ciò che sta scritto nelle foglie della Sibilla non è soltanto il futuro, ma l'oltre, la geometria del tempo,  il futuro si vanifica ogni  qual volta si tenta di leggerlo, fuma nel vento, ma il vento etimologicamente significa l'anima. E' impossibile leggere chi scrive nel vento.

 …il vento spira dove vuole e ne senti la voce;
ma non sai né donde venga né dove vada…"
 Gesù Cristo

 

Vorrei dilungarmi su questi paragoni danteschi che ci spingono oltre, verso crepuscoli di luce, ma è pervasivo il tema dell'amore, della grande madre, non posso tralasciarlo.  Ricordo che nell'ottavo canto dell'inferno Virgilio rivolgendosi a Dante gli dice: "… benedetta colei che 'n te s'incinse!" Si riferisce a sua madre, Una donna quando aspetta un figlio e come se si cingesse di una cinta meravigliosa (incinta). Nel XXXIII canto del paradiso San Berndardo rivolgendosi alla madonna dice:     "In te misericordia, / in te pietade, magnificenza, in te s’aduna, /quantunque  in creatura e di bontade,"

Provate prima  a leggere il verso per ascoltare il ritmo, si, mi ripeto, ma un verso di Dante merita l'infinito delle parole, non è mai conclusivo ed io mi perdo con grazia in questo iterare poetico. 

Consideriamo il  verbo adunare che genera l'azione  di tutto, San Bernardo dice rivolgendosi alla madonna:  in te più cose si mettono insieme: misericordia, pietà, magnificenza.  Soffermiamoci sui termini misericordia e  pietà,  sono due parole molto simili ma diverse, la prima ci riporta al perdono, un sentimento di assoluzione, di grazia, la seconda parola alla pietà,  alla compassione partecipata, quando i due termini si mettono insieme, la parola compassione si fortifica e si lega al perdono, all'indulgenza,   sopraggiunge la parola magnificenza, che rende sublime le qualità della persona a cui è rivolta la lode,  le aggettivazioni: misericordia, pietà, magnificenza si connettono a tutte le creature di bontà. Dante produce un processo espansivo,  un'estensione semantica  che enfatizza di bellezza e  di misura la lode stessa. - "quantunque  in creatura e di bontade," -  

E' un estensione generosa, la partecipazione cosmica dell'amore che una mamma altissima può avere per i suoi figli. Un figlio che volge lo sguardo verso la sua mamma, scopre che c'è il cielo nei suoi occhi. Io la mamma l'ho perduta . Ora mi riferisco alle mamme che hanno perso la luce degli occhi dei loro figli, quelle donne che io rispetto profondamente.

Dante attraverso il buio scopre la luce, questa bellezza è già presente dal primo momento del suo smarrimento. La luce è anche la donna, la mamma è il riflesso di Dio. Egli parla di una luce spirituale, della metafora della luce. Inizia la commedia con una opposizione fortissima, la selva oscura e la luce che veste il colle. 

 Dante, nel primo canto dell'inferno ci dice di  essersi smarrito in una selva oscura, una foresta buia - "Tant’è amara che poco è più morte" -  la selva che attraversiamo nei momenti di smarrimento.  Egli dopo una notte lunghissima giunse al posto dove "terminava quella valle" orrenda che gli aveva cinto il cuore di paura, guardò in alto e vide un colle illuminato alle spalle dai raggi del sole. Ma egli  preferì usare la parola vestito, piuttosto che illuminato. L'aurora così, vestiva di luce le spalle e poi i fianchi  di quel colle; è nobile questa espressione poetica, riscalda il cuore è l'effetto più bello del controluce.

"Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,

là dove terminava quella valle

     che m’avea di paura il cor compunto,

guardai in alto, e vidi le sue spalle

vestite già de’ raggi del pianeta"

 

Dopo una notte senza fine e buia tutti noi vorremmo vestirci di luce, o, quanto meno, innalzarci verso l'alto. Ma Dante sarà ricacciato nella valle da tre fiere selvagge che gli ostacoleranno il cammino, dovrà percorrere tutte le bassezze dell'umanità, dovrà entrare nella città di Dite e dopo ancora più giù nel punto più basso della terra e scendere attraverso Lucifero prima di poter risalire  la montagna del purgatorio ed, infine, trasumanar verso il Paradiso.

C'è qualcosa che il tempo scrive, ma resta oscuro. Ne percepiamo appena l'odore, un profumo sottilissimo che fugge.

Io penso che Dante nella sua descrizione del paradiso  sia stato a conoscenza delle esperienze di premorte, egli stesso parla del trasumanar e di  una luce intensa che nessun astro può irradiare. La struttura stessa del paradiso dantesco  si presenta come  un'ipersfera dimensionale: - Qual è 'l geomètra che tutto s'affige/per misurar lo cerchio, e non ritrova, /pensando, quel principio ond'elli indige, /tal era io a quella vista nova: /veder voleva come si convenne /  l'imago al cerchio e come vi s'indova ..." 

 

Quando egli raggiunge la visione di Dio sembra la sua esperienza concordarsi con quelle di premorte, ma egli si spinge molto più in avanti :  "O luce etterna che sola in te sidi, /sola t'intendi, e da te intelletta / e intendente te ami e arridi! / Quella circulazion che sì concetta /pareva in te come lume reflesso, /da li occhi miei alquanto circunspetta, /dentro da sé, del suo colore stesso, /mi parve pinta de la nostra effige…" 

E' una luce che non ha né principio, né fine, che risiede sola in se stessa e in se si intende  e non solo, ma intendendosi si ama, si ama  e si compiace di se stessa; è un passo incredibile,  che esprime  la circolarità della perfezione.  "…Quella circulazion che sì concetta /pareva in te come lume reflesso," Quel  cerchio  di perfezione appare come un lume riflesso. Il figlio che è il riflesso del padre. " - …da li occhi miei alquanto circunspetta" - Dante osserva la magnificenza di quella luce. -  "…dentro da sé, del suo colore stesso, /mi parve pinta de la nostra effige…" -  Uno splendore che è dentro  di se, generato da se stesso. In quel colore Dante ritrova la sua immagine, egli  si rivede riflesso in Dio. Quella luce è l'ologramma dell'universo e Dante intuisce l'ologramma in tempi così remoti.

Egli non si riferiva soltanto alla rivoluzione copernicana, ma all'ologramma di Dio. Dante  supera la teologia medioevale, Dio è un punto adimensionale dove tutto si condensa, come il vuoto quantomeccanico, come la struttura dell'ologramma. Un punto che è già iniziato, non un punto che da inizio.  Egli stesso identificandosi in Dio è un punto che non ha tempo, ci ritroviamo dinanzi alla simmetria del tempo, mentre noi abitiamo l'asimmetria del tempo, il tempo che volge alla morte.

Dante considera Dio come l'ologramma di tutto e noi siamo già contenuti nella sua immagine.

   

"O somma luce che tanto ti levi   

da' concetti mortali, a la mia mente   

   

ripresta un poco di quel che parevi,   

e fa la lingua mia tanto possente,   

ch'una favilla sol de la tua gloria"   

   

O luce suprema che tanto ti elevi dai concetti mortali che la mia mente non può comprendere, riporta un poco nella mia memoria,  una visione se pur  sottile, di come mi sei mostrata e fa che la mia parola sia adeguata, robusta e vigorosa,  tanto da poter esporre alle generazioni future solo una piccola parte ( favilla) della tua gloria.     

   

   

"E' mi ricorda ch'io fui più ardito   

per questo a sostener, tanto ch'i' giunsi   

   

 l'aspetto mio col valore infinito.   

Oh abbondante grazia ond'io presunsi   

ficcar lo viso per la luce etterna,   

   

 tanto che la veduta vi consunsi!   

Nel suo profondo vidi che s'interna,   

legato con amore in un volume,   

   

 ciò che per l'universo si squaderna:   

sustanze e accidenti e lor costume   

quasi conflati insieme, per tal modo   

che ciò ch'i' dico è un semplice lume."   

 

Poi il sommo poeta dice: E' mi ricordo che per la preoccupazione di essere accecato da quella luce abbagliante nel caso avessi staccato lo sguardo da quella visione che divenni così ardito da sostenere quell'intensità a tal punto che congiunsi la mia persona col valore infinito (Dio).  C'è una  completa identità tra finito ed infinito: - "ficcar lo viso per la luce etterna"  . Sarebbe interessante riprendere gli infiniti di Cantor; il grande matematico aveva contemplato la possibilità dell'esistenza di più infiniti.    

La vista di Dio, attraverso gli occhi di Dante può considerarsi come il punto geometrico adimensionale:  Cosè il punto? E' un ente spaziale senza estensione.  Postulato di Euclide : - "Per un punto passano infinite rette". Euclide così definì il punto: "Un punto è ciò che non ha parti".  Ritornando al XXXIII canto del paradiso possiamo dire che Dante nella sua ultima  veduta "si consunse", identificò la sua vista con Dio.  Dio gli appare in una visione molto moderna, direi contemporanea che non è incompatibile con  le leggi della fisica. Egli  si accorse che il suo  sguardo  giunse  nell'interno di quella visione alla completezza universale.

Oggi la teoria olografica dell'universo ci riporta a questo concetto.  Il vuoto nella fisica quantistica è pensato come uno stato di equilibrio di tipo  dinamico dove particelle di materia e di antimateria si annichiliscono costantemente. Le quantità infinitesimali di materia quindi le particelle subatomiche oscillano nel vuoto e vibrano in uno spazio senza limiti. La recente scoperta del vuotoquantomeccanico segnalato al  C.RE.R.N  di Ginevra sembra riportarci a questo concetto.  C'è un  punto di massima estensione che  esiste all'interno degli atomi. Il vuoto quantomeccanico potrebbe determinare una creazione continua. E' come se una parte dello spazio sia davvero vuota, uno spazio fantasma, tuttavia questo fantasma è la realtà più consistente del cosmo. Una delle grandi domande che si pongono gli scenziati consiste nel chiedersi  da dove prendono la massa gli elettroni. Il vuoto quantomeccanico è quanto c'è di più denso nell'universo, da questo spazio fantasma sembra che salti fuori la materia.      

Ritorniamo a Dante.  Egli  poi dice nel suo canto: -  "Nel suo profondo vidi che s'interna, /legato con amore in un volume". Per comprendere questo concetto dovremo di nuovo considerare il punto di Euclide, quell'ente spaziale senza estensione.  Nell'interno di quella luce eterna era contemplato tutto l'universo, tutto ciò che per noi è la molteplicità delle cose,  gli oggetti, gli eventi fisici, lì in quel punto di luce  tutto era unificato.  Se dal vuoto quantomeccanico passiamo al vuoto intelligente in qualche modo descriviamo Dio.  "…ciò che per l'universo si squaderna … Nel suo profondo vidi che s'interna…"     

Ecco l'iniziato punto che risolve in se l'universo intero.  

O luce etterna che sola in te sidi, 

sola t'intendi, e da te intelletta 

 

 e intendente te ami e arridi! 

Quella circulazion che sì concetta 

pareva in te come lume reflesso, 

 

 da li occhi miei alquanto circunspetta,  

dentro da sé, del suo colore stesso, 

mi parve pinta de la nostra effige: 

 

 per che 'l mio viso in lei tutto era messo." 

 

Riprendo il verso più alto dell'XXXXIIII Canto

Oh luce eterna che vivi in te e in te ti intendi ( comprendi)  "… e da te intelletta e intendente"  conosci te stessa, ed intendendoti ti ami e ti compiaci di te. 

Nel tuo cerchio sembra riflesso il figlio -  "… pareva in te come lume reflesso".   Lì, dentro quella luce, nella sua medesima colorazione e sfumatura vidi me, la mia immagine, tutto era li: -   per che 'l mio viso in lei tutto era messo." 

 

Ci sono degli ambiti della conoscenza dove bisogna astenersi sia dal credere che dal ricercare; nondimeno, possiamo accettare con amore, anche senza credere, nel rispetto doveroso del sapere scientifico, ma sospendendo ogni critica  di giudizio sul sapere altro. Non ha importanza se Dio è un mito o una realtà, tanto non possiamo mai saperlo.

Nella perfezione del moto delle sfere l'amore si compie, perchè in Dante tutto viene ricondotto con compiutezza,  coronamento e bellezza  nel movimento simmetrico dei punti di una ruota. Il poeta ci esorta ad essere come rota - "si come rota" -  per ricevere queste onde di beatitudine da colui che muove con amore ogni cosa. E quando la fantasia o l'immaginazione non può accedere ad una conoscenza più alta, tutto torna come il moto circolare di una ruota che è ugualmente mossa: - "Quella circulazion, che si concetta pareva in te come lume riflesso". Il cerchio divino appare come  la riflessione di un lume ed egli proferisce che nessun geometra che cerca di comprendere l'essenza della misura del  cerchio, non troverà il suo principio:  - "Qual è ’l geomètra che tutto s’affige / per misurar lo cerchio, e non ritrova,/ pensando, quel principio ond’ elli indige..."

Dante conclude alla fine dell'ultimo canto del paradiso, prima di morire,  - perchè terminerà presto la sua esistenza dopo aver compiuto la grande opera, "la commedia" -  dicendo che   ciò che non può essere svelato dalla ragione e dalla fantasia ritorna nell'amore  "che muove il sole e le altre stelle."

 - "All'alta fantasia quì mancò possa / ma già volgeva il mio disio  e  'l'velle, / si come rota   ch'igualmente è mossa, l'amor che move il sole e l'altre stelle."

Ascolto l'interpretazione del XXXIII canto del paradiso che ne fa Benigni e resto  impressionato quando egli nomina  l'Alef (o Aleph) dicendo: "C'è un punto nell'universo che si chiama  l' Aleph da dove  si può guardare tutto sempre e quel punto è Dio. Allora Dante essendo dentro a Dio lui  ha visto dentro… tutto quello che il mondo è stato l'inizio del tempo la fine del tempo è stato l'io il tempo…"

Aleph deriva dall'alfabeto ebraico, è un termine che si perde nella notte dei tempi.  

Ha detto Euclide: - "Per un punto passano infinite rette" definendo il punto  "… ciò che non ha parti".  

Attraverso l'Aleph possiamo dire che il mondo è lo specchio di Dio, anche l'universo attraverso  il big bang è stato in un tempo remoto un punto di densità infinita. Sembra un paradosso sostenere che un punto possa essere  infinito, esso non avendo parti è indivisibile, è adimensionale.  

"Nel suo profondo vidi che s’interna,
legato con amore in un volume,
ciò che per l’universo si squaderna"

Dante ci dice che nella profondità di quel punto di luce vede internarsi tutto ciò che per l’universo è separato.

Ecco il punto dell’intelligenza universale, l’ologramma di Dio.

    Non posso che ringraziare profondamente Dante per tutto ciò che ci ha donato.